Terzo evento della mostra Pensiero Radicale Esibito, a cura di Anna Rosellini, con la collaborazione di Alessandro Paolo Lena e Stefano Setti
Data:
Luogo: Biblioteca delle Arti, sezione Arti visive "I. B. Supino", complesso di Santa Cristina, Piazzetta G. Morandi 2, 40125 Bologna - Evento in presenza e online
Tipo: Ciclo 'Blind spot'
Le origini dell’architettura radicale si intrecciano con le ricerche sul design condotte in Italia a partire dalla metà degli anni Sessanta. In un contesto dominato dal consumismo e dalla produzione di massa, alcuni giovani progettisti scelgono di agire dall’interno di quel sistema per farne esplodere le contraddizioni. In occasione della prima mostra di architettura radicale nel 1966 a Pistoia, Superarchitettura, i due collettivi fiorentini Archizoom e Superstudio realizzano prototipi e modelli di mobili e oggetti in colori vivaci, generati da operazioni scultoree e indipendenti dallo studio delle funzioni e dei materiali. Rimangono emblematiche la Superonda, che segna l’esordio di Archizoom nel mondo del design italiano, e la Passiflora pensata da Adolfo Natalini di Superstudio. Questi nuovi oggetti sono concepiti per superare i principi di serialità del design funzionalista e il cortocircuito tra apparenza e funzionalità, unito all’uso di nuovi materiali, è forse il segreto della loro magia.
Gli Archizoom vogliono rimuovere ogni qualità semantico-simbolica dell’oggetto, ridurlo in uno stato di neutralità. Questa è considerata l’unica strada percorribile per lasciare aperta l’opera all’intervento dell’utente. Partendo da premesse simili, Superstudio attinge al cinema, ai racconti di fantascienza, alle atmosfere da night club e alle visioni di paesaggi orientali per alimentare le sue proposte in una ricerca di natura prevalentemente teorica che trova espressione in una produzione limitata a pochi oggetti.
Ispirando nuovi comportamenti, gli oggetti progettati da Superstudio e Archizoom sono narrazioni che possono ancora cambiare la società contemporanea. Gli arredi radicali rendono gli spazi del quotidiano nuovi luoghi del “vivere creativo”, agendo come “esorcismi per l’indifferenza”. Con le sue linee sinuose, Superonda ricorda la “libera espressione del corpo”. Le forme a metà tra artificiale e naturale di Passiflora stimolano i sensi e modificano il tempo e il luogo intorno a lei. Poltrona Mies offre una rilettura ironica di un arredo tradizionale, la cui funzionalità è sostituita dal libero utilizzo degli utenti. Quaderna, in quanto oggetto di contro-design, incoraggia la liberazione dell’uomo che riscopre la natura e si riconosce al suo interno. L’obiettivo finale di creare una “vita senza oggetti” (Life without objects) è così raggiunto: il design diventa un atto provocatorio, le cui produzioni sono manifesti visivi più che oggetti commerciali.
Attraverso la compresenza di testi, modellini e annotazioni di percorso, il contenuto della teca evidenzia il dualismo tra teoria e logiche di mercato che appartiene al design. La rivendicazione della fisicità della materia degli arredi, talvolta passata in secondo piano rispetto alla loro considerazione teorica e progettuale, è offerta dalla presenza di riproduzioni in scala, accostati a manifesti teorici fondamentali per i due collettivi.
Il fondo riflettente, i post-it e le sottolineature rimandano all’importanza della partecipazione oggi: “cambia il mondo dal tuo divano” è un invito all’azione nel presente, è una ricerca in corso d’opera, è uno spazio di lavoro dove avviene uno scambio tra chi guarda e chi è guardato. La teca diventa così un nuovo spazio del quotidiano in cui rispecchiarsi, riconoscersi e agire liberamente.
Mastrigli G., Ioraldo di Francia C., Superstudio Opere 1966-1978, Macerata, Quodlibet, 2016, pp. 126-127. Inventario AVI 3324 Collocazione O 729 SUP
Grassi A., Pansera A., Atlante del Design italiano 1940-1980, Milano, Fabbri, 1980. Inventario 1795 Collocazione O 745.2 GRA
Brugellis P., Pettena G., Salvadori A., Utopie Radicali: Archizoom, Remo Buti, 9999, Gianni Pettena, Superstudio, Ufo, Zziggurat, Macerata, Quodlibet, 2017, pp. 106-107. Inventario AVI 4644 Collocazione CATM S 724.6 UTO
Mendini A., “Radical Design”, in Casabella, luglio 1972, XXXVI, n. 367, pp. 4-5. Collocazione Per. Studio 9 CAS
Lang P., Menking W., Superstudio: Life Without Objects, Milano, Skira, 2003, pp. 96-97. Inventario 24166 Collocazione O 721 LAN
Angelidakis A., Pizzigoni V., Scelsi V., Super Superstudio, Cinisello Balsamo, Silvana 2015, pp. 268-269. Inventario AVI 2677 Collocazione CATM S 779.074 SUP
Bosoni G., La Cultura dell'Abitare. Il design in ltalia 1945-2001, Milano, Skira, 2002, p. 89. Inventario 21845 Collocazione O 745.2 DES
“Questa l’antica casa all’italiana: come sarà la moderna?”. Con queste parole Gio Ponti commentava il suo testo intitolato “La casa all’italiana” e pubblicato nel 1928 sul primo numero della rivista Domus, aprendo così una riflessione, quanto mai attuale, sulla cultura dell’abitare contemporaneo, e ricordando che essa è una questione aperta e in continua evoluzione nel sistema culturale italiano. A partire da questa domanda si inserisce il progetto sviluppato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna, che ha coinvolto gli studenti del Biennio di II livello in Scenografia e Allestimenti degli Spazi Espositivi e Museali, all’interno del corso di Modellistica tenuto dal professor Fabio Marchese. L’intervento ha portato alla realizzazione di repliche in scala degli oggetti originali del design radicale, prodotte dalle modelliste Agnese Mazzieri, Yiyi Yuan e Giordana Scialpi. I modelli assumono il ruolo di strumenti di mediazione, in grado di presentare concretamente allo spettatore i progetti sviluppati dai collettivi Superstudio e Archizoom. Riportare i concetti espressi dalla poetica radicale al centro del dibattito sull’habitat contemporaneo, significa comprendere la loro rilevanza odierna alla luce delle profonde trasformazioni che la società moderna affronta e continuerà ad affrontare. Ma, soprattutto, significa appropiarsi dei metodi e del linguaggio di questi gruppi, in una prospettiva che, ancora oggi, vuole mantenere lo spazio della ricerca – come quello dell’architettura – aperto, vivo, dinamico, come un’area di confronto tra forme e usanze, vita e progetto.
Modelli in scala realizzati dalle studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, Corso di Modellistica (Prof. Fabio Marchese). Modelliste: Agnese Mazzieri, Yiyi Yuan, Giordana Scialpi.
Cosa significa abitare un abito? Cosa rivela quel gesto quotidiano eppure profondamente simbolico dell’indossare?
All’inizio degli anni Settanta, Archizoom Associati, gruppo di architettura radicale nato a Firenze nel 1966, esplora il legame tra architettura e abito con No-Stop City, una visione della metropoli futura non utopica, ma possibile. Prende forma il Dressing Design, concetto sviluppato da Lucia Morozzi – la prima dell’interno del gruppo ad interessarsi di cucito – che interpreta l’abito come primo grado di costruzione dell’habitat. Nato come provocazione, si trasforma in una proposta progettuale concreta. Per Archizoom, l’abito è un prodotto di design da analizzare nei suoi aspetti tecnici e produttivi, un sistema modulare pensato per comunità che abitano spazi artificiali, privi di confini e qualità. Il vestito si fa spazio di autoprogettazione, critica alla produzione di massa, e strumento espressivo, politico e sociale. Ne deriva un uso libero, funzionale e neutro. Alla Triennale del Design di Milano del 1973, il gruppo presenta il kit da cucito Do it yourself: vestirsi per Archizoom diventa un’attività creativa, dove per ognuno è facile progettare la propria immagine.
La mostra è un attraversamento critico e sensibile del confine poroso tra l’abito e l’abitare, tra il corpo e lo spazio. Ispirata alla visione radicale di No-Stop City, riflette su come il vestire possa essere modulare, libero da convenzioni e sostenibile. Vestirsi è un’azione che definisce la relazione tra il corpo e il mondo, e l’abbigliamento è la prima architettura che indossiamo: contiene, protegge e comunica la nostra identità.
La teca presenta una selezione di libri, riviste e fotografie articolata in tre sezioni tematiche, che affrontano da prospettive diverse ma complementari il concetto di “abitare l’abito”.
A partire dal pensiero radicale degli Archizoom, i materiali esposti propongono una riflessione sull’abito come elemento capace di mettere in relazione corpo, spazio e ambiente, riattualizzando le intuizioni del gruppo lungo un percorso articolato in tre sezioni.
La prima, “Inhabiting an Identity”, indaga il vestire come linguaggio identitario, capace di oltrepassare convenzioni sociali e di genere. In Unzipping Gender, Sue-Ellen Suthrell affronta il tema del travestitismo in diverse culture, mettendo in luce genere e sessualità come costruzioni sociali; mentre The Fabric of Cultures di Elizabeth D. Love amplia la prospettiva, leggendo la moda come fenomeno culturale e industriale che contribuisce alla definizione delle identità locali, urbane e nazionali.
“Inhabiting Sustainability”, invece, presenta capi modulari, riciclati o autoprodotti, in risposta critica al consumo di massa. In questo contesto si colloca anche il kit da cucito ideato dagli Archizoom, concepito per promuovere una maggiore consapevolezza progettuale e produttiva.
“Inhabiting a Shelter”, infine, interpreta l’abito come prima architettura del corpo: una pelle artificiale che avvolge, protegge e mette in relazione con lo spazio circostante. Le affinità tra moda e architettura sono al centro del volume The Fashion of Architecture di Bradley Quinn, che esplora materiali, tecniche e logiche progettuali condivise.
A collegare le tre sezioni è il volume Vestire Contro di Elena Fava, che ricostruisce l’iter progettuale e la poetica degli Archizoom attraverso materiali d’archivio. Ne emerge una visione complessa, vitale e talvolta contraddittoria, che da riflessione critica sulla moda si trasforma in proposta concreta, orientata alla ricerca di nuove possibilità espressive e comunicative
Fava E., Vestire contro: il dressing design diArchizoom, Milano, Bruno Mondadori, 2018. Inventario AVI 7071 Collocazione O 746.92 FAV
Suthrell C., Unzipping Gender: Sex, Cross-dressing and Culture, Oxford-New York, Berg, 2004. Inventario 24245. Collocazione O 306.77 SUT
Quinn B., The Fashion of Architecture, Oxford-New York: Berg, 2003. Inventario 24235 Collocazione O 391 QUI
Winter A.H. (a cura di), The Fabric of Cultures: Fashion, Identity, Globalization, Flushing, Godwin-Ternbach Museum, 2006, pp. 54-55. Inventario 28856 Collocazione CATM S 391 FAB
Dezeuze A. (a cura di), The “Do-it-yourself Artwork”: Participation from Fluxus to New Media, Manchester-New York, Manchester University Press, 2010, pp. 56-57. Inventario AVI 7086 Collocazione O 709.045 DOI
Nei primi anni Settanta, il collettivo Archizoom Associati propone “Dressing is Easy”, progetto radicale che esplora il rapporto tra corpo, abito e architettura. L’applicazione del design all’abito lo rende un’estensione dello spazio abitativo, una struttura personale e intima da costruire con le proprie mani che si sviluppa nell’idea di affidare un quadrato di tessuto a chiunque per costruire un edificio per il corpo, rimettendo al centro l’unicità e la libertà espressiva in un’epoca dominata dal consumismo e dall’omologazione estetica. Questo atto di resistenza attraverso la semplicità, mira a ritrovare la consapevolezza dell’abitare lo spazio e il proprio corpo anticipando alcuni dei temi contemporanei più discussi: design partecipativo, sostenibilità, gender neutrality, rifiuto dell’iperconsumo e valorizzazione del do-it-yourself.
Partendo da queste istanze, il Collettivo 3 ½ propone un’installazione che amplifica il messaggio originario, rielaborando all’esterno della teca un progetto che riprende l’idea del sistema di abbigliamento come architettura della liberazione, no-gender, senza taglie né stagioni. Epicentro dell’intervento artistico è la sostituzione delle tradizionali targhette dei bagni con un’illustrazione che richiama il body neutro ideato da Archizoom. Così facendo, il bagno si trasforma in uno spazio di riscoperta del sé e della propria identità. L’esperienza è amplificata dal gioco di riflessione degli specchi, che, con messaggi provocatori, sfidano le convenzioni e invitano ad abitare la propria identità con consapevolezza e libertà.
Testi redatti dagli studenti della Scuola di specializzazione in Beni storico-artistici: Marica Albanese, Ilaria Bartoli, Nicolò Barzon, Silvia Biolchini, Alysson Yulianna Bustamante Tamayo, Silvia Cesari, Mauro Chines, Simone Ciocchetti, Roberto Ciulla, Marina Crocoli, Andrea De Simone, Samantha De Vitis, Fabio Garbin, Sebastiano Giaimi, Lorena Giocolano, Giovanni Antonio Morciano, Andrea Moretti, Miriam Musumeci, Angelika Aleksandra Otczicz, Ilaria Parini, Michelle Polignano, Maria Elisabetta Poluzzi, Marta Pompei, Emiliano Riccobono, Beatrice Rinaldi, Valentina Rubino, Matteo Santise, Luna Scala, Elettra Schiavo, Luca Sorichetti, Viola Tasselli
Allestimento a cura degli studenti del corso di Laurea magistrale in Arti Visive, curriculum AMaC: Collettivo Collagène (Joana Vicente, Ruben Barbati, Giulia Vitaly, Marta Muzzi, Iman Hadeg, Erika Kucaj, Lara Silveira, Jeanne Duprey); Collettivo Radical Tools (Marco Fornasiero, Mariia Moroz, India Ricchi, Irene Lorusso, Matilde Pardini, Alessia Frerotti, Leatitia Keman); Collettivo Tagga (Artemisia Bernardi, Tommaso Origani, Giulia Perna, Alessia Trimarchi, Gaia Vassena); Collettivo Krikku (Elena Debernardi, Giulia Evangelista, Matilde Gatti, Erika Korriku); Collettivo Super Ris8 (Katarina Cokrlic, Cecilia Colagiovanni, Flaminia Ciuferri, Jessica Leone, Isabella Ravera, Ekaterina Rybakova, Elizaveta Sidorova, Gemma Tolfo); Collettivo 3 ½ (Alice Botti, Giorgia Dargenio, Giulia Marsigli, Ang Pema Melis, Alice Pieriboni, Elena Pietrobon, Antonella Piredda, Francesca Weber)
Supervisione, mostra online, comunicazione: Giulia Calanna, Caterina Cossetto